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Alex Zanardi e il dottorcosta a cena, a casa Costa.

Un’amicizia tutta Pasquale

Mercoledì 1 Aprile 2015, in Follia e follie
Tags: Pasqua, Marco Simoncelli, La vittoria di Marco

Da quando ho lasciato la guida della Clinica mobile ai miei successori, ai miei giovani discepoli, non ho cessato di ricordare il flusso di emozioni vissuto assieme a tanti piloti feriti per circa mezzo secolo. Nostalgia e Melanconia, come due inseparabili ancelle, non mi hanno abbandonato mai da quel giorno, neppure per un attimo. Tuttora sono qui con me e mi sto abituando alla loro costante, inseparabile presenza. Abitudine dove il piacere del ricordo si stempera nella tristezza di avere abbandonato un mondo mitologico dove si poteva osare. Oggi ho ritrovato nella mia attuale vita un tempo diverso, senza la spasmodica attesa dei continui eventi che si sarebbero succeduti, con cadenze conosciute, nel calendario del Motomondiale; oggi vivo un tempo più tranquillo pieno di piccole cose, d’incontri, di persone una volta invisibili e che ora conosco. Di persone, per lo più sconosciute, che mi chiedono l’amicizia in Facebook e sono felici quando, battendo su di un tasto, gliela concedo.

E qui nasce il dubbio di che tipo di amicizia sia questa? Come potrebbe definirsi amicizia, un sentimento arcaico scandito dal tempo innocente dell’infanzia, dai giochi, dal segreto vissuto in comune delle prime palpitanti trasgressioni e dalla convivenza e complicità scolastica, quello proposto dalla rete basato su di un rapporto virtuale senza corpo e con parole inaudite, e affatto temprato dal tempo infinito della frequentazione.

A tale proposito scrissi qualche mia riflessione e perplessità, qualche anno fa, nelle pagine del libro da me dedicato a un ragazzo meraviglioso che amavo come un figlio: Marco Simoncelli. Il libro s’intitola La Vittoria di Marco, perché è dedicato a lui, al pilota che amavo per il suo coraggio e voglia di osare.

Questi sono alcuni brani presi dal mio tormentato libro:

Il web ci regala immagini seducenti, ma contemporaneamente distrugge la capacità della mente di pensare, creare, sognare.

Il web, mito dell’attuale nuovo mondo, meraviglia della tecno-scienza, non è altro che una rete terribile, insaziabile, che imprigiona tutto l’umano: pensiero, studio, memoria, arte, sogno, emozioni, percezione simbolica del mondo, personalità, sentimento e il bello, anche il bello, unica consolazione terrena dei mortali.

Quante cliniche dovranno sorgere per curare i nostri giovani intontiti dai videogiochi, da internet, da Facebook, dallo stare perennemente connessi e imprigionati nei telefonini superaccessoriati di tutto e di più? Facebook: il nome di una rete che imbriglia il contatto umano fatto di sensi, sensibilità, sguardi, movimenti e sorrisi autentici.

In molti rientriamo nella solitudine del nostro piccolo appartamento alla sera con una busta della spesa uguale alle mille altre spacciate, in quella stessa giornata, dal centro commerciale, tentando con rassegnata ostinazione di cucinare qualcosa che evochi, dimenticando la plastica, l’arte culinaria di nostra madre e i frutti della nostra terra.

Cercando di affermare noi stessi, con un atto di forza spegniamo la televisione e “chiediamo l’amicizia”, come un messaggio affidato ad una bottiglia lungo il corso del fiume o sulle onde del mare.

Sarebbe la più romantica richiesta di soccorso se non mancassero il tatto, lo sguardo, i gesti; come si può “chiedere l’amicizia” nel momento in cui si usa un’immagine per coprire la sensazione del nulla che ci pervade? Cosa significa “chiedere l’amicizia”? L’amicizia è sempre nata spontaneamente da una corrispondenza dei sensi. Da un’audacia dell’umanità. Sicuramente da un moto di fiducia. L’amicizia è vivere in qualcuno che vuole le tue stesse cose e di cui ti puoi fidare. Ma la fiducia nasce dalla relazione umana, dalla condivisione della vita, è un frutto dolce che, per questo naturale motivo, matura lentamente al caldo delle emozioni condivise, all’ombra del valore dell’anima, nella sensibilità dei gesti, delle allusioni, della goliardia e perfino del paradosso.

Agli amici che non appaiono in un attimo, battendo i tasti di una macchina, puoi stare assieme, passeggiare, talora senza dire una parola, e alla fine sentire di aver partecipato a una delle più belle conversazioni della tua vita.

L’unico modo di avere un amico è essere un amico; invece quando ti consegni alla tecnologia, sei solo il fantasma di un probabile amico.

La vita è uno stupore e nelle braccia di questo stupore incontriamo i nostri amici e noi stessi.

Al contrario, nel pieno della nostra giornata programmata e scandita dal lavoro e dagli appuntamenti incontriamo nel video un fantasma come gli altri.

Poi, giunta la sera, quando la tensione si scioglie e il vuoto si espande, ci rendiamo conto che vorremmo chiedere l’amicizia affidando ad una tastiera gli unici attimi veri della nostra faticosa giornata.

Non si tratta più di fiducia, ma di voglia di affidarsi.

Non si tratta più di amicizia, ma di maschere che coprono una mancanza.

Come fa un computer che afferra solo ciò che è vano ad essere una mensa o un focolare dove si ristora e si scalda la vera autentica amicizia?

Questo scrissi allora e rimango tuttora convinto delle mie riflessioni. E di conseguenza avrei dovuto accordare l’amicizia solo a pochissimi dei tantissimi che me la chiedono attraverso la rete. Invece l’ho concessa a tutti, o quasi tutti. Perché? Perché la parola amicizia, nel web, è lo strumento, il simbolo con cui qualcuno riesce a esternare rispetto, stima e simpatia a un altro essere umano. La simbologia di un’umanità che si vuole ritrovare, stare assieme, vicini per condividere valori ed eroi comuni. Per cui mi propongo di allargare la mia iniziale pessimistica riflessione dal titolo: Amicizia virtuale simbolo di un’amicizia reale. Credo che si possa aderire con sentimento a un’idea, cercare di essere vicino a un altro essere umano solo con l’immaginazione, la fantasia senza poterlo toccare con una stretta di mano, senza sentire le misteriose vibrazioni che la vicinanza scatena, a patto di essere consapevoli che questa non è l’amicizia, ma semplicemente il desiderio umano di volerla immaginare e volerne l’esistenza anche se solo nella fantasia. Amici: essere innamorati dell’idea dell’amicizia come l’innamorato è immerso nel mondo ideale della fantasia prima che sbocci l’amore vero. In questo caso la rete potrebbe essere il posto ideale per consumare questo rito. Qualcuno che vorrebbe essere amico perché l’altro è un esempio da seguire e imitare, un mito che gli dona senso e il significato della condivisione di aspirazioni e sogni comuni. O più semplicemente volere incontrare gli altri. Per questo motivo continuerò a confermare, battendo sul tasto del telefonino, l’amicizia a chi mi dimostra, sinceramente, di volermi bene e la parola amici che compare, dopo la conferma, è l’autografo del mio sentito ringraziamento. Le persone che riconoscono il Mito dell’uomo sono una selva che profuma di sacralità e la parola amici è il simbolo di questo prodigio. L’amicizia vera è una cosa divina, volere desiderare di poter essere amici è una cosa umana. Ma l’umano non è forse il transito terreno della divinità? E la settimana di Pasqua non è la celebrazione di questa verità, il prodigio sacro della fede cristiana?

Allora, Amici, buona Pasqua a tutti!