Checco Costa, il Principe del motociclismo

Ci sono uomini che hanno fatto la storia, ma che non sono nei libri di storia. Eppure molto spesso questi uomini sono nei nostri cuori più di quanto non ci siano coloro che vengono ricordati come maestri o eroi. Uno di questi è Francesco Costa, detto Checco. Mio padre. Il 1911 è stato scelto dal Signore per recapitarci questo bambino con i baffi da adulto, questo fiore irrinunciabile che, nel nome di un sogno tutto suo, con lucida profetica follia ha affratellato l’Italia all’Europa e l’Europa al Mondo. Checco il sognatore, figlio dei campi e della terra, viveva in un orizzonte che non finisce mai.

Checco era un genio, che ha reso grande la terra dove abitavamo, Imola. Lui aveva capito tutto. Intuiva che la vita dello sport può essere novità, avventura e financo poesia. Negli anni delle tute nere e dei caschi a scodella, dei meccanici con i sandali o con gli zoccoli e dei piloti con la tenda canadese come casa, aveva inventato il motociclismo moderno, fatto di perfezione estetica e montepremi faraonici. Aveva inventato la Superbike con le tute colorate, i caschi integrali e un consenso di pubblico da rimanere sbalorditi forse con vent’annidi anticipo. In una sola parola, Checco Costa aveva inventato il “futuro” del motociclismo. Un cucciolo saggio e visionario, pervaso da un candore quasi francescano e da un’etica dell’onestà incorruttibile.

Mi diceva spesso: “I sogni devono essere la guida nella tua vita. Il sogno nessuno te lo può rubare, solo tu. La sua bellezza è che può essere vissuto come realtà o ancorato alla realtà e può promettere un senso di felicità. Non stancarti mai di sognare perché in quel viaggio conquistiamo tutto. Senza sogni rischi di amputare la tua anima o svenderla, uccidere i sogni è uccidere noi stessi”.

Nell’antica Grecia i centauri, creature metà uomo e metà cavallo, guidati dal loro maestro Chirone, correvano liberi per i boschi e lungo le pendici dei monti. I professori delle scuole superiori raccontavano queste storie agli allievi del ginnasio e del liceo suscitando fantasie diversissime che addolcivano i sacrifici sopportati dagli alunni, per adeguarsi alla disciplina della scuola.

Checco Costa - Anni 30Checco Costa - Anni 40

Da queste fantasie emozionanti, il più delle volte inenarrabili e indicibili, sorse in Checco Costa l’idea di ricreare l’atmosfera dell’antica Grecia dei centauri. Così pensò di portare nel parco naturale della sua città natale, Imola, singolari e incredibili cow boy che erano i piloti del motocross importando, per la prima volta in Italia, questo sport molto seguito all’estero. Dal 1948 al 1965 si svolsero nella cornice stupenda del fiume Santerno, del parco delle Acque Minerali e del monte Castellaccio, 5 campionati europei e 9 campionati del mondo.

Ma la fantasia di Checco Costa era inesauribile e portata a realizzare sogni. A questo proposito in una notte di estate del 1947 camminando assieme a storici amici in Via Romeo Galli, una stradina imolese che congiungeva le Acque Minerali al ponte sul fiume Santerno, nacque l’idea di un piccolo circuito: via dei Colli, raccordo dalla Tosa alla Piratella e giù in discesa fino a congiungersi a via Romeo Galli. Un percorso che non arrivava ai quattro chilometri, con un’ampiezza della sede stradale di circa sei metri.

Checco Costa, sognatore e desideroso di creare qualcosa di unico non si accontentò del piano concertato con i pochi amici, ma cominciò a guardare quei luoghi con gli occhi del desiderio e ispirato da una magica intuizione vide il disegno definitivo dell’autodromo di Imola. In quella notte d’estate, nelle tenebre del parco, illuminate dalla luce lunare, il chiarore più idoneo a distinguere le ombre con cui sono intessuti i sogni degli uomini, nacque, nella mente di Checco, il sognatore, il disegno definitivo dell’autodromo di Imola. Tracciato unico e irrepetibile, che verrà chiamato piccolo Nürburgring: cinque chilometri di lunghezza, per l’esattezza 5.017 metri, una larghezza di nove metri e una direzione di marcia in senso antiorario.

Questa idea, come fragile creatura, fu accolta, aiutata, cullata e nutrita da tanti, ma solo uno ne fu padre per sempre: Checco Costa. La percezione simbolica della mente umana, prezioso nutrimento del tessuto dei sogni e della fantasia, non conosce limiti e molte volte scrive il futuro e il destino degli uomini. Checco Costa si occupò anche del disegno delle curve, del loro raggio e di quella particolare forma detta “lemniscata” che creava il nuovo e lottò perché la pavimentazione del piano viabile fosse eseguita con la consulenza dell’Istituto Sperimentale Stradale del Touring Club.

Inaugurazione Imola - 1952Checco Costa ed Enzo Ferrari

Il 6 marzo 1950, il presidente del CONI, Giulio Onesti, diede il primo colpo di piccone. Il 18-19 ottobre del 1952 fu eseguito il collaudo tecnico sportivo del nuovo impianto alla presenza del Presidente della FMI Emanuele Bianchi, del Presidente dell’ESTI Tommaso Maffei Alberti, del Presidente del Moto Club di Imola, Checco Costa, di Enzo Ferrari, del Sindaco di Imola Veraldo Vespignani e del Vescovo della città Benigno Carrara. Alberto Ascari con la Ferrari, Umberto Masetti con la quattro cilindri Gilera ed Enrico Lorenzetti con la Guzzi collaudarono il nascente circuito compiendo tantissimi giri a velocità sostenuta. Il mito della Ferrari, che già allora viveva nel cuore di tutti gli sportivi e il mito della Gilera che con la Guzzi alimentava le rivalità del popolo motociclistico italiano, in particolare di quello caldo e appassionato della Romagna, esaltò una folla di appassionati che, a cavallo delle loro moto, discese su Imola per assistere commossa al battesimo del nuovo circuito. Enzo Ferrari riportò lo storico avvenimento nella rivista da lui diretta, dove esprimeva incondizionata approvazione per ciò che il suo amico Checco Costa aveva creato. Da quel storico giorno Checco Costa cominciò a scrivere la storia dell’autodromo, offrendola non solo al nostro paese, ma al mondo intero. Il 25 aprile 1953 organizzò una gara valida per il campionato italiano. Quel giorno la folla affluiva da ogni entrata con ritmo sostenutissimo e costante: ininterrotti cortei, per ore intere, sono confluiti attorno all’automotodromo di Imola che si aprì quel giorno alla sua gloria. A Emilio Mendogni, un ragazzino con un corpo esile, che nascondeva un cuore grandissimo, spettò l’onore di aprire la serie dei vincitori della storia del circuito di Imola. Infatti vinse portando la sua Morini col numero 98 a una delle vittorie più fulgenti. La classe 500 fu vinta da Alfredo Milani su Gilera.

L’anno seguente, Checco Costa inventò la Coppa d’oro che costituì il meglio delle corse.

Per non confonderla con altre competizioni e addirittura con le prove del campionato del mondo, la valorizzò al punto di dotarla di un montepremi di 12 milioni di lire che, nel 1954, era una cifra strabiliante. Facile intuire che sarebbe stato un trionfo anche se le sfavorevoli condizioni climatiche e la pioggia potevano, impietosamente, rovinare quel raccolto, come infatti avvenne in più di un’occasione. Capitò anche che Checco Costa perdesse un mare di milioni e furono giorni tremendi, non solo perché la legge e i creditori bussavano alla sua porta, ma anche perché rimase completamente solo a fronteggiare il disastro finanziario.

Imola 1972Famiglia Costa - 1972

Ma neppure con il mare in tempesta e coi mobili pignorati, il principe del motociclismo perse la sua calma e la sua fiducia nel mondo e nel domani. Infatti dopo la tempesta venne il sereno. Nell’aprile del 1957 il pubblico divenne marea regalando uno spettacolo indimenticabile, come fu indimenticabile e magica la battaglia epica che gli eroi del rischio di quei tempi si diedero sulle sponde del Santerno.

Da quel giorno la storia del motociclismo si arricchì di un capitolo che nessuno in seguito seppe mai scrivere e Checco Costa divenne il profeta di un nuovo corso dello sport delle moto.

Per dimostrare questa sua veggenza importò a Imola, dopo diciotto edizioni della Coppa d’oro Shell, la Daytona, la classica corsa che si correva in Florida. Il motociclismo tradizionale sembrava giunto agli sgoccioli del suo entusiasmo e Checco pensò a nuove fantastiche moto, veri e propri “mostri” che entusiasmavano le folle americane: le moto Superbike. Così organizzò una gara mitica, dove mise a confronto i conduttori europei e quelli del nuovo mondo. Aprì la strada in Europa ai cosiddetti “marziani”, i piloti americani che correvano sugli ovali e nelle piste degli Stati Uniti.

Questa gara prese il nome di 200 Miglia e venne definita la Daytona d’Europa. La prima edizione, che si disputò il 23 aprile 1972, fu vinta da Paul Smart con la Ducati. Lo stesso Checco Costa, Presidente del Moto Club, volle per questa importantissima manifestazione un’assistenza medica adeguata e d’avanguardia rispetto a tutte le organizzazioni precedenti nazionali e internazionali. Affidò a me questo impegnativo compito, che fu portato a buon fine con l’aiuto del dottor Giancarlo Caroli, valente rianimatore dell’Istituto Rizzoli di Bologna, e dell'indimenticabile dottor Giuseppe Russo. Da allora la corsa continuò a essere disputata fino al 1985, I re della 200 Miglia sono stati Giacomo Agostini, Kenny Roberts, Jarno Saarinen, Eddy Lawson, affezionatissimi al Circuito del Santerno, a Imola e a Checco Costa.

Dal 1949 al 1988 sono stati scritti a Imola quarant’anni di storia del motociclismo, miracolo di coraggio e di creatività: 23 Coppe d’oro, 12 edizioni della 200 Miglia, 9 campionati del mondo di motociclismo, 5 campionati europei di motocross, 10 campionati del mondo di motocross e forse un centinaio di altre gare. E questa storia l’ha scritta Checco Costa.

Quando morì, il 30 luglio 1988, in un incidente stradale, qualcuno scrisse: “Francesco Costa era un uomo mite, un uomo di rara bontà. Un uomo con il cuore in mano; un pezzo di pane. Aveva l’umiltà di San Francesco e la certezza di Santa Chiara. Eppure queste qualità dello spirito non le faceva vedere. Non si metteva mai in mostra, anche se ne aveva tutti i motivi. Il riserbo, la riservatezza il ritegno erano tra le sue molte doti. Era un uomo senza tempo, e se lo volessimo assegnare a un’era, lo assegneremmo a un tempo regolato dal sole, di marca rinascimentale oppure ottocentesca. Ha organizzato le corse più belle e più ricche del mondo restando nell’ombra, nascosto nella sua riservatezza e nell’emozione tutta sua di quello che aveva inventato e creato. E l’ha fatto sempre da solo e ha voluto stare solo accentrando su se stesso tutte le incombenze anche le più semplici. Non ha mai avuto collaboratori, ma solo amici attorno a lui oppure i suoi figli. Con la sua morte la sua corsa terrena sembra finita, ma non è così, perché lui sarà sempre un Eterno Ritorno, fino a che una bandiera a scacchi sventolerà volteggiando sulla linea del traguardo di un circuito”.