La Clinica mobile Cinque

Clinica Mobile CinqueIl primo maggio 2002, a Jerez, in Spagna, la quinta Clinica mobile venne presentata ai piloti, alla stampa e al mondo. Il padrino dell’evento fu Mick Doohan, simbolo del mito dell’uomo che dalle ferite attinge a quella dimensione magica che vive celata nei sotterranei dell’anima di tutti gli esseri umani. Un battesimo denso di forti emozioni.

Tra i tanti piloti che hanno intersecato i loro destini con quello della Clinica Cinque c’è Roberto Locatelli, soprannominato Loca, campione del mondo classe 125 nel 2000. Sette anni più tardi, durante le prove del secondo Gran Premio della stagione 2007, quello di Spagna a Jerez, Roberto ebbe un incidente.

Quel giorno eravamo tutti consci che era successo qualcosa di grave, di imprevisto. L’atmosfera era di tragedia. Quando l’ambulanza si arrestò davanti a noi, tante persone si affollavano attorno alla barella su cui era adagiato, esanime e in coma, Roberto Locatelli. La barella scivolò fuori dall’ambulanza e ciò che ci colpì fu la maschera di sangue sul suo viso deformato, i cui lineamenti dolci e teneri non erano più riconoscibili. Lo stivale sinistro era aperto e da questa spaccatura uscivano il sangue e le ossa spezzate della caviglia. Roberto non riusciva a respirare. Gli attimi diventavano preziosi. Le mani abili e sicure dell’anestesista della Clinica mobile, Romano Guerra, collegarono con un tubo il torace di Roberto a un respiratore artificiale, mentre altri tubi aspiravano e prosciugavano il sangue che aveva inondato le prime vie aeree. Stabilizzate le funzioni primarie, lo trasferimmo in ambulanza alla sala di rianimazione dell’ospedale di Cadice, dove bravi medici lo presero in cura, aiutandolo a lottare contro il buio della morte. Verso sera le cose sembrarono volgere al meglio, pur rimanendo la prognosi strettamente riservata. Tornati al circuito ci venne spontaneo non rispondere da medici alle tante persone, e in particolare giornalisti, perché avremmo dovuto dire che Roberto stava rischiando di morire. Ci affidammo alla lingua del cuore che, sorprendendo tutti, disse: “Se gli dei saranno favorevoli, Roberto correrà al Mugello, tra due mesi”. Subito dopo avere pronunciato questa profezia ce ne pentimmo, prima per aver osato troppo, poi per la paura scaramantica che gli dei potessero punire la nostra temerarietà. Ma quel giorno gli dei o erano distratti o volevano un mucchio di bene al pilota ferito. Infatti dopo pochi giorni, dopo essere stato trasferito all’Istituto Bellaria di Bologna, risvegliandosi dal coma non chiese nulla di quello che era successo, ma disse: “Claudio, voglio correre”.

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Nei giorni seguenti sistemammo le fratture del viso e guarimmo le ferite del polmone e dell’addome. Le lesioni di scheletro, piede e ginocchio furono affidate alle mani capaci di Francesco Chionne, uno dei migliori fisioterapisti della Clinica mobile, e mio vero amico. Così Roberto iniziò la convalescenza e i rapidi, incredibili miglioramenti lo portarono a far sì che la nostra profezia si avverasse: corse al Mugello. Quando i giorni del dolore e della trepidazione furono passati, Roberto mi disse: “Il coraggio è qualcosa che ha a che fare con l’amore, con la passione, con il piacere. Non è un coraggio folle, perché agisci così per esaudire i tuoi desideri. Penso che sia una emozione irresistibile. Certo per noi piloti c’è l’incidente, c’è il dolore. Il rischio fa parte delle corse, ma io sono felice di fare quello che faccio. Un attimo prima di schiantarmi contro le barriere del circuito di Jerez, quando si è spenta la luce, stavo sorridendo, quindi avrei accettato di addormentarmi anche per sempre, perché ero felice di fare quello che stavo facendo: correre”.