La Clinica mobile Quattro

Clinica Mobile Quattro

Nel 1996, in quindici Gran Premi (con 199 partecipanti incluse le wild cards), si registrarono 579 cadute. Le prestazioni di fisioterapia (massaggi, riabilitazione, uso di macchine, laser, magnetoterapia, ultrasuoni, elettroterapia, elettroanalgesia) quell’anno superarono le 2000 applicazioni. Si rese così necessaria la costruzione della quarta Clinica mobile, per poter ospitare un maggiore numero di fisioterapisti e di letti di assistenza (che passarono da tre a cinque). L’annuncio di questa intenzione arrivò verso la fine del 1996 a Eastern Creek, in Australia, dove confidai questo progetto a Mick Doohan, Kevin Schwantz e Wayne Rainey.

La Clinica mobile Quattro fu presentata ufficialmente il primo maggio 1997 a Jerez de la Frontera, Spagna. Il padrino dell’inaugurazione fu il pilota più legato a me, per la sua storia: Mick Doohan. Il visitatore più prestigioso in quella giornata fu il Re di Spagna Juan Carlos, accompagnato da Carmelo Ezpeleta, presidente della Dorna. Durante quell’incontro, emozionato, apostrofai il re di Spagna con queste parole: “Maestà, in questa Clinica noi cercheremo di trasformare la sofferenza in felicità, le ferite in un dono, ma non ci riusciremo sempre, mentre Lei, con il suo illuminato governo, ci riuscirà sempre per la Spagna e per il mondo”.

Quel giorno a Jerez sulla lavagnetta all’interno della Clinica scrissi: “A tutti i piloti di moto, agli eroi del Motomondiale, ai centauri che racchiudono nella vera vita l’immensa follia di Dionisio e la splendida luce della ragione di Apollo”.

La scritta è ancora lì, come fosse un oracolo, all’interno dell’ospedale mobile.

Giornalisti, meccanici, addetti ai lavori, personale specializzato, team manager, operai, tecnici, organizzatori, artigiani, tutti insomma, in caso di malaugurata necessità, possono trovare aiuto e consolazione nella Clinica mobile, che da quell’anno, proprio con l’esordio della Clinica Quattro, è aperta ventiquattro ore su ventiquattro, come quando si rivolgono al pronto soccorso di un "buon ospedale". Ma soprattutto i piloti vogliono sempre che la Clinica mobile sia presente, perché la considerano come se fosse la "loro".

I piloti di moto corrono per vincere i limiti della natura e in questa impresa incontrano gravi rischi e pericoli. Ogni anno i piloti che cadono durante le prove e le gare sono numerosissimi, e le cadute sono quasi sempre al di sopra delle 500. I piloti corrono sfidando le leggi della natura; inscenando pieghe indicibili, “vanno oltre”, ed è per questa ragione che talora cadono.

Statisticamente il numero di volte che le ambulanze trasferiscono i piloti infortunati dal circuito agli ospedali cittadini è molto basso (quattro, cinque volte all’anno). Da questo dato si può desumere come la maggior parte delle lesioni riportate dai piloti venga risolta nella Clinica mobile.

Nella Clinica mobile viene curato tutto ciò che non è grave: traumatologia di lieve e media entità, fratture che possono essere trattate con il metodo “funzionale”, ridotte e bloccate con le bende di Scotch-cast.

L’urgenza dei casi gravi viene risolta nelle sale di rianimazione obbligatorie per regolamento nei medical center di tutti i circuiti del Motomondiale. Noi interveniamo per collaborare con i medici del “luogo” all’interno dell’ospedale del Circuito e ricoveriamo i casi gravi nella Clinica mobile solo se necessario. Quasi tutti i piloti del motomondiale sono passati nel loro piccolo ospedale mobile viaggiante.

Clinica Mobile Quattro

E se nello sfidare l'impossibile, se nel correre incontro alla morte il pilota fatalmente patisce un incidente è nella Clinica mobile che risorge aiutato sì dalla scienza medica, ma in particolare attingendo a quelle miracolose risorse che abitano dentro agli esseri umani e nel cuore dei motociclisti. Emozioni miracolose che scatenano sostanze chimiche magiche.

Si vede allora che le ferite non dissanguano il pilota, ma creano il terreno e l'energia per una rinascita; e, come aiutato da una magia sconosciuta, l'uomo si trasforma diventando simile agli dei. Chi lavora sulla Clinica mobile è il testimone, il complice di questo evento magico e meraviglioso, e assiste con inebriante stupore a questa epifania.

Quanti ricordi legati a questa Clinica Quattro, quante emozioni. Mi rammento quando salvammo la vita al pilota spagnolo Carlos Checa e inventammo il guanto magico.

Era l’agosto del 1998, ed eravamo al circuito di Donington, alle soglie della foresta di Sherwood dove aleggia, tuttora, lo spirito di Robin Hood. Carlos cadde nella discesa dopo il traguardo. Caduta paurosa che mi fece correre al suo box e quando rientrò per sedersi a spiegare ai suoi tecnici l’accaduto, mi accorsi che i suoi occhi chiedevano aiuto. Molto aiuto. Aveva la milza rotta e l’emorragia lo stava dissanguando fatalmente. Chiedo aiuto ai medici inglesi che convinti dalla mia preoccupazione mi danno l’ambulanza e telefonicamente mi preparano una sala chirurgica all’ospedale di Nottingham in modo da non perdere tempo al mio arrivo. Così in poco tempo gli asportammo la milza ferita e i tre litri di sangue raccolti nel suo intestino. Dopo tre settimane tornò a correre nel circuito di Brno e le cicatrici gli ricordavano che qualcuno aveva ascoltato i suoi occhi imploranti.

La gara stava per finire; mi avvicinai al box del pilota spagnolo. Gli uomini che lo abitavano erano gli stessi di tutti i giorni, le teste erano tutte rivolte ai televisori come di consueto, ma qualcosa di indefinibile, misterioso, aleggiava nell'aria di quel box. Carlos terminò la corsa fra l’incredulità generale; poi la Honda numero 8, guidata dal pilota spagnolo, piombò tra di noi che l’aspettavamo con ansia. Il pilota chinò la testa sulla moto, come per baciarla, poi scese, distendendosi supino sul pavimento. Le mani erano appoggiate sulla fronte quasi a proteggere gli occhi, quegli occhi che nell’ospedale di Nottingham, dopo l’operazione all’addome, erano diventati ciechi, condannati da una complicazione a non vedere la luce del sole.

Con un sussurro indistinto Carlos disse: "Sono stanco…". Però gli occhi erano vivi, pieni di luce. Mani esperte controllarono la ferita che gli solcava e attraversava parte del corpo; i polsi battevano bene e il respiro, anche se un poco affannoso, non preoccupava. La luce negli occhi del pilota diventava via via più intensa, profonda, quasi misteriosa. Carlos tese le mani, nessuno sapeva a "chi"; qualcosa di invisibile lo sollevò e il pilota si rialzò con agile mossa. Attraversato da un brivido sconvolgente ebbi la consapevolezza perturbante di chi avesse aiutato il pilota spagnolo a sollevarsi e a sorreggersi accanto alla sua moto. Era stata “Colei” che nella foresta di Sherwood, alle soglie dell'ospedale di Nottingham e di Donington, aveva incontrato Carlos Checa in un letto dell’ospedale, mentre giaceva gravissimo per l’emorragia e “terribilmente” cieco a causa di un morbo sconosciuto. Questa signora vestita di nero l’aveva generosamente risparmiato e guarito, divenendone amica. Colei che nessuno ricorda o non vuole ricordare mai. Colei che San Francesco chiama affettuosamente Sorella Morte!

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Sempre nel 1998 mi capitò d’inciampare nella fiaba del Guanto magico.

Al Paul Ricard Noboru Ueda, bravo pilota giapponese, cadde. Riportò una lesione gravissima all’arto superiore destro con frattura scomposta dell’omero e la sezione completa di uno dei tre nervi che comandano la funzione del braccio e della mano e, per la precisione, del nervo radiale. La paralisi era totale per cui il giapponesino non sentiva assolutamente la mano e questo gli faceva drammaticamente pensare che fosse stata amputata. Piangendo chiedeva insistentemente i suoi occhiali e i medici francesi non capivano. Glieli porsi e lui, dopo averli inforcati, guardò la sua mano e, con un sospiro di sollievo esclamò: “Sono contento di avere la mia mano. Grazie Claudio”. La frattura dell’omero sarebbe guarita, se ben operata, in tre mesi. Non si poteva prevedere se la paralisi del nervo radiale sarebbe regredita e in quanto tempo. Nobby, così lo chiamano i suoi amici, mi chiese con gli occhi pieni di lacrime: ”Quando tornerò a correre?”. La gravità della paralisi mi impediva di rispondere. Esitai. Poi risposi istintivamente: “Fra cento giorni”. Andammo in ospedale dove fu operato all’omero da un bravo ortopedico francese e al nervo da un altrettanto valente neurochirurgo di Marsiglia. Dopo tre giorni arrivò a casa mia a Imola ed euforico confidò a Lucio Cecchinello che lo accompagnava che avrebbe corso dopo cento giorni, a Barcellona in settembre. Non osavo deluderlo e gli promisi che la cosa era possibile. Lo rassicurai: se la mano fosse, a quei tempi, ancora paralizzata avrebbe usato un “guanto magico”. Questa promessa eccitò Nobby, che dal quel momento cominciò a fantasticare il suo guanto magico.

La Spidi gli offrì il castello dove progettarlo e gli artigiani capaci per realizzarlo. I tiranti elastici sul dorso del guanto, dalla punta delle dita fino al polso, furono attaccati copiando gli accorgimenti che la natura aveva adoperato per sistemare i tendini nella mano degli esseri umani. Gli arresti degli elastici al bordo prossimale del guanto erano modellati come le chiavi che nel violino servono al musicista per tendere le corde dello strumento. D’incanto comparve il guanto della Spidi, che funzionava incredibilmente bene. Nobby corse a Barcellona. Finì tra i primi. Abbracciato a lui piansi di gioia.

Nel luglio del 2001, gli stessi artigiani della Spidi fabbricarono a Donington un altro guanto magico che proteggeva con efficacia le fratture scomposte della mano sinistra riportate, a seguito di una caduta, da Lucio Cecchinello, valente pilota e autentico sostenitore della Clinica Il guanto diede a Lucio così tanta forza che alla fine della corsa era stremato, ma era riuscito a tagliare il traguardo.

Anche un altro dei miei eroi, Loris Capirossi, riuscì a tagliare il traguardo, e perfino salire sul podio, con la mano sinistra fratturata in ben tre punti. Avvenne ad Assen, nel giugno del 2000. Durante le prove libere che si svolgono, come consuetudine, al mattino del giorno del Gran Premio, Capirossi cadde e si fratturò la mano sinistra. Gli occhi di Loris erano pieni di lacrime non solo per il dolore, ma anche per la nostalgia di una gara che temeva di non fare. Ma all’improvviso, in quegli occhi comparve una scintilla proveniente da luoghi nascosti, annidata in chissà quali parti della mente dell’essere umano. Fu una luce accesa dal desiderio e il pilota pronunciò una sola frase: voglio correre. I medici olandesi posero subito un gelido veto: al pilota italiano non era consentito di partecipare al Gran Premio. Le lacrime di Loris Capirossi ottennero una visita fiscale definitiva un’ora prima della partenza della classe regina. All’orario fissato i medici olandesi visitarono Capirossi. Fu una visita “crudele”, fatta di manovre che avrebbero suscitato dolore in una mano sana. Loris rispose a questa “tortura” con un sorriso e con la sua dolcezza strappò il consenso che gli permise di correre. Aveva scelto il sentiero più arduo, disseminato di dolore, invece di quello più facile, asfaltato dalla prudenza. Infatti, le cure, i bendaggi e le medicine lo aiutarono, ma il dolore rimase. Loris fu grande. In un primo momento cercò di ignorare il dolore poi lo conobbe e ne divenne amico e alla fine salì sul podio, sul gradino più basso, ma pur sempre sul podio. Con gli occhi pieni di lacrime di gioia e di dolore, aiutato da chi aveva creduto in lui, da chi era convinto che l’essere umano è portatore di mondi sconosciuti da dove provengono forze impensabili, festeggiò l’impresa.