Clinica mobile Tre

Clinica Mobile TreLa nuova Clinica comparve nel 1988. Il 21 maggio di quell’anno venne inaugurata all’autodromo di Imola, alla vigilia della gara valida per il campionato del mondo. Fra tanti piloti, tra cui Giacomo Agostini e Kenny Roberts, il padrino d’eccezione fu Wayne Gardner, che quel giorno venne a curarsi le cinque fratture riportate pochi giorni prima, in allenamento, al piede destro. L’indomani, il campione australiano arrivò, dopo una corsa impossibile, al secondo posto. Con le lacrime agli occhi salì sul podio e zoppicante venne alla Clinica mobile per regalare i premi conquistati, in quell’eroica gara, a chi l’aveva curato.

La terza Clinica cominciò in maniera emozionante la sua storia e, prima di partire per assistere alle restanti prove del campionato del mondo, passò per Roma dove Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo per tutti i credenti e per tutti coloro che credono nell’amore per il prossimo, la benedisse, dopo averla visitata con curiosità assieme ai suoi prelati. Era costituita da cinque sale con tre lettini e svolse un lavoro incredibile con ben oltre 4000 prestazioni. Nel 1989 a Hockenheim, in Germania, nel gravissimo incidente che costò la vita a Ivan Palazzese, il pilota italiano Fabio Barchitta, coinvolto anche lui, fu salvato dalla paralisi che gli aveva rapito metà del corpo e oggi cammina egregiamente.

La sua storia è legata indissolubilmente a quella di Mick Doohan, e al “rapimento” del pilota in Olanda, nel 1992, quando lo caricammo su un aereo e lo portammo in Italia per salvargli la gamba e la carriera. È una storia avvincente, che ho raccontato nei miei libri, e che, forse, è il capolavoro della mia carriera di medico.

Quel giorno, quando con Mick lasciammo l’ospedale olandese nel quale era stato ricoverato dopo la caduta ad Assen, venne via con noi anche un altro pilota: Kevin Schwantz. Lo conoscevo bene e lo amavo per la simpatia del suo giovane sorriso: quel sorriso che mi aveva convinto ad aiutarlo a correre, un giorno, sempre ad Assen, con una clavicola malamente spezzata! Mentre ci recavamo all’ambulanza con Mick disteso sulla barella, Kevin ci scorse e, in un baleno, pur ferito, saltò su anche lui. Così me ne andai in fretta dall’Olanda con i due piloti che amavo di più. Ma l’Olanda ci aspettava per altre imprese e non da poco: emozione, follia e stupore.

Inaugurazione Clinica Mobile Tre

Per spiegare questa miscela di sentimenti tenterò di buttare giù alcune parole per raccontare i tratti dell’eroe. Nel Gran Premio di Assen del 1994 Kevin correva con il numero 1 stampato sulla moto perché era il campione del mondo dell’anno precedente. La corsa si svolgeva fra verdi prati, piccole dune e tante mucche. Kevin non si accorgeva di questo paesaggio singolare perché i tempi sul giro, segnati dal cronometro delle prove, non l’accontentavano. Era troppo lento. Come i bambini, desiderava e voleva subito qualcosa di più. Ripartì velocissimo, aiutato dal compagno di squadra Alex Barros, nel tentativo di migliorarsi. Ma incontrò l’imprevisto della caduta. Scivolando sull’asfalto traditore si tenne, proteggendolo, il polso sinistro, ferito da una grave frattura il giorno prima durante le prove libere. La prognosi sentenziò novanta giorni come per chiunque. Ma Kevin non era chiunque: si sentiva invulnerabile e non si rassegnò. Nonostante la bruttissima frattura-lussazione del polso sinistro volle continuare a fare ciò che amava immensamente: correre. Fu aiutato dagli uomini che s’inchinarono a tanta grandezza e ancora di più si prostrarono davanti alla follia di Kevin che voleva tornare subito in pista da protagonista. Ci riuscì. L’indomani sfiorò il podio, dopo aver lottato per la vittoria. Il braccio sinistro, imprigionato dalle bende di resina, gli impedì di togliersi facilmente il casco dopo la corsa e di salutare i tifosi in delirio.

Una settimana dopo la gran gara in Olanda gareggiò al Mugello, sempre con il polso ferito, fasciato dallo scotch cast. Combatté contro Alex Criville e alla fine salì sul podio. A quattro settimane di distanza dall’infortunio olandese si disputava, a Donington, il Gran Premio d’Inghilterra. Il polso di Kevin era ancora legato dalle resine dello scotch cast e l’anima ferita dai lacci della sorte avversa. Nonostante questo, il pilota texano decise di scendere in pista e con l’inchiostro nero della sofferenza scrivere il suo destino. Pur essendo caduto nelle prove rischiando di farsi molto male, corse e vinse l’ultimo gran premio della sua avvincente, esaltante storia. Durante la gara, ogni volta che passava davanti alla postazione della Clinica mobile, toglieva, come consigliato, la mano sinistra ferita dal manubrio per favorire e riattivare la circolazione sanguigna. Solo all’ultimo giro, a corsa ormai vinta, la mano di Kevin rimase aggrappata al manubrio della sua Suzuki per impennare la moto verso il cielo, dove sentiva che abitava la felicità. Dopo il traguardo, slanciò ambedue le mani verso le pallide stelle per accarezzare la follia che discesa dal cielo lo aveva aiutato magicamente in quest’impresa incredibile. La mano sinistra era talmente affaticata e intorpidita che Kevin non riusciva a stringere l’asta della bandiera americana che voleva sventolare al mondo che lo stava applaudendo con fragore assordante.

Ma nella storia della Clinica mobile Tre sono tante le storie e i piloti salvati. Nel maggio del 1993, per esempio, sempre a Hockenheim, Corrado Catalano riportò un gravissimo trauma cranico. Dopo essere stato assistito in Clinica fu operato dal valente neurochirurgo dell’ospedale di Mannheim, Adrian Wolf, aiutato dai medici della Clinica mobile. Dopo pochi mesi Corrado tornò alla vita di tutti i giorni, anche se non corse mai più.