La mia storia

Sono nato il 20 febbraio 1941. C’era la guerra. Questa tragedia che ha sconvolto il mondo mi ha accompagnato nei miei primi anni. L’innocenza di quell’età mi proteggeva dalla consapevolezza di quella violenza; anzi, tutto era gioco: prendere la cioccolata dalle tende dei soldati accampati nel giardino della mia casa natale, il Feudino, toccare i fucili come se fossero innocui giocattoli, nascondersi in cantina quando arrivava “Pippo”. Così venivano chiamati gli aerei che bombardavano le città indifese. Nonostante questo grave pericolo tutto era un gioco per un bambino, per tutti i bambini che hanno vissuto in quella difficile, violenta epoca della storia.

I miei genitori non ritenendo sicura la nostra casa sfollarono in montagna, appena al di là della Romagna, in Toscana. Per la precisione a Piancaldoli.

Lì, in quei posti ameni, ero felice e scorrazzavo nei prati e nei castagneti da solo, fino a salire in vetta ai monti e in particolare un monte, il mio preferito, il mio monte: monte La Fine. Lassù, solo e sperduto in spazi sconfinati, straniero a tutto e tutti a eccezione dei pastori e dei loro fedeli cani, correndo sui prati incontravo i messaggi della natura e i richiami dell’avventura. Mi sembrava di avere il mondo sotto di me e, colmo di gioia, incontravo una felicità che ancora oggi invidio. Divenuto adulto ho vissuto nella speranza che prima o poi questo sentimento indimenticabile ritornasse.

Caduta di Duke - 1957Claudio Costa soccorre Duke - 1957

Finita la guerra ritornammo a casa, al Feudino, e continuai a giocare sui rami degli alberi del nostro giardino che ricordavano i castagneti con i loro ricci ripieni di dolci castagne, appena abbandonati. In quegli anni del dopoguerra sentivo attorno a me un fervore nuovo nella gente, in particolare in mio padre Checco. Mi rendevo a malapena conto di tutto quello che stava combinando: stava creando un tracciato sulla terra battuta per fare correre moto da cross e un circuito di asfalto per fare correre le moto veloci. Mia madre Silvana mi tranquillizzava dicendo che mio padre era matto, ma tutto sarebbe andato per il meglio. Dette da lei, le cose per me erano credibili. In poco tempo assistemmo alla prima gara di motocross disputata in Italia: sullo splendido, mai eguagliato, tracciato del monte Castellaccio. Noi bambini eravamo al settimo cielo; cavalcare i serbatoi delle moto prima di vederle saltare ostacoli e dossi, volare dai pendii o tuffarsi nel fiume Santerno per riemergere infangate. Il fango e la polvere sporcavano il viso dei piloti, senza risparmiare le braccia a quei tempi nude e senza nessun tipo di protezioni che sarebbero comparse solo molti anni dopo. Gli occhiali pendevano dal collo oppure erano sistemati sul casco… dappertutto insomma, fuorché a proteggere gli occhi, perché infangati o impolverati non avrebbero permesso una visuale migliore. La gente era composta per lo più, fatto incredibile, da famiglie: i padri con i figlioletti sulle spalle per permettere loro di vedere al meglio le acrobazie dei corridori e le madri con le figliolette saldamente mano nella mano, affinché non corressero via nella pista dove si svolgeva la gara. Altro fatto insolito era che la gran parte degli spettatori era vestita a festa. Infatti quelle gare erano una festa, un rito campestre che la gente voleva onorare. Polvere, fango e sassi non erano nulla in cambio non solo dell’avvincente spettacolo, ma della convinzione che essere in una festa, a contatto con uomini coraggiosi e con la natura, fosse speranza di salvezza. Il mondo sommerso dalle crudeltà e dalle macerie della guerra in qui momenti scompariva. Festa come gioia del riscatto di un’umanità che voleva risollevarsi, dimenticare e andare avanti. E noi bambini eravamo lì, in quella gioia corale, anche se nella nostra innocenza non c’erano le tracce della violenza che aveva devastato il mondo.

In altre domeniche dell’anno mio padre mi portava a vedere gare di moto e alcune di auto. Mi trovavo attaccato a una rete o in una tribuna o ai box del circuito a guardare a bocca aperta i corridori che mio padre mi indicava come potenziali campioni. Queste giornate emozionanti erano addolcite da stecche di gustoso torrone che mio padre con affetto mi porgeva, dicendomi con una carezza: “Questo dolce l’ho preparato per noi”. Imparai a conoscere tanti piloti non solo nelle piste, ma, soprattutto, a casa nostra allorquando mio padre, creato il circuito di Imola, li invitava a cena per dovuta ospitalità e per definire gli ingaggi.

Una felice coincidenza mi riservò, nei tempi della mia spensierata infanzia, indimenticabili gioie e emozioni: il mio compleanno, il 20 febbraio, coincideva con quello di un Mito del mondo delle corse, Enzo Ferrari. A dire il vero il grande Enzo era nato il 18, ma una copiosa nevicata costrinse la madre a registrarlo all’anagrafe proprio due giorni dopo e cioè il 20, il mio stesso giorno. Mio padre era amico di Enzo e come tale era invitato alla festa che il Drake celebrava a Maranello. Figuratevi il bambino Claudio a quelle feste dove tutti avevano gesti di affetto e tenerezza per la giovane creatura che non stava più nella pelle, perché oggetto d’insperate attenzioni da parte dei Campioni del Cavallino Rampante. Molte volte mi trovavo, con il respiro corto o quasi assente, sulle ginocchia di qualcuno di questi piloti, alcuni già campioni del mondo.

A questo punto devo confessare che nella mia infanzia, invece dei giocattoli, ho avuto in dono piloti, circuiti, motociclette. Un mondo di sogno dal quale pensavo di non separarmi mai o almeno lo credevo fino al giorno del mio addio alle corse.

Ritornando alla mia adolescenza, ricordo con nostalgia i tempi del Ginnasio e del Liceo. La scuola era intitolata a un emerito studioso: Benvenuto Rambaldi. Portavo la casacca rosso granata per vincere le corse campestri e inebriarmi della vittoria.

Claudio Costa e Jarno SaarinenChecco Costa e Barry Sheene

Era il tempo di una cultura che mi affascinava: i professori educavano le emozioni degli scolari, accarezzavano le anime che volevano prepotentemente nascere. Oggi questo, peccato mortale, non succede affatto. Era il tempo in cui nascevano le amicizie vere, quelle che non avrebbero vacillato mai, quelle che ti avrebbero accompagnato nelle vicende dell’esistenza. Amici che ti avrebbero consolato nei momenti tristi e difficili, ma che, cosa più difficile a credersi, avrebbero gioito dei tuoi successi. Nel frattempo mio padre inventava corse favolose, mitiche, forse le più belle e avvincenti della storia del motociclismo. Scorrazzavo orgoglioso nei box nelle giornate di prove e gare sotto l’occhio vigile del mio genitore. Avvicinavo i piloti che amavo, mi fotografavo vicino a loro mentre a cavallo della loro moto si preparavano alla battaglia. A quei tempi i circuiti erano arene e i cavalieri del rischio giocavano contro il pericolo, in agguato dietro ogni curva. Quante volte ho pianto commosso per l’esito infausto di queste battaglie; cominciavo a capire, attraverso le lacrime, che i piloti correvano sul crinale di un confine esiguo, un filo sottilissimo che sul grigio scuro dell’asfalto divideva l’ebbrezza della Vittoria dallo sconforto della Morte. Il primo ricordo, indelebile nel mio cuore, di questa umana realtà, risale alla seconda Coppa d’oro Shell dell’11 aprile 1955, quando Ray Amm, al debutto sull’MV, morì dopo essere uscito di pista alla Rivazza. Nei giorni precedenti, ospite a cena a casa nostra, avevo compreso che nonostante la sua fama di pilota eroico, sprezzante del pericolo, era un uomo gentile ed un colto appassionato di musica operistica.

Affascinato da questa ambivalenza e dal suo sguardo tenero, mi sentii morire con lui in quel giorno e desiderai nel mio dolore di possedere l’onnipotenza di resuscitarlo. Questo sentimento avrebbe avuto una sotterranea influenza in quella che sarebbe stata, in futuro, la mia formazione di medico.

Amante del rischio, Ray Amm era persino capace, in curva, di mettere i piedi per terra per guidare la moto con la forza della volontà irrazionale di chi voleva liberarsi da tutte le leggi della fisica.

Durante la corsa dialogava con la morte e lui stesso ammetteva con quel dolce sorriso che cancellava ogni violenza dalle parole: “Se nel correre non provassi la sensazione di poter morire abbandonerei il mondo delle moto”. Il destino non gli permise questo abbandono, ma decise tragicamente altrimenti.

Ray Amm sparì dal mondo e io seguii mestamente il corteo funebre che mio padre aveva a sue spese onorato, mentre la moglie e la sorella del mio eroe piangevano, avvolte dal cordoglio di tanti. In quel clima di tristezza si rafforzava sempre più il mio sogno di come avrei potuto salvare la vita al mio eroe. Questa voglia di onnipotenza, così frequente nell’animo dei bambini, mi avrebbe accompagnato, poi, durante tutta la mia vita. E a proposito di questa comprensibile aspirazione accadde un episodio che influì sul destino di dedicare la mia vita ai piloti per cercare di aiutarli. Questo accadimento si verificò durante la 4° Coppa d’oro, il 22 aprile del 1957. Quel giorno, disubbidendo a mio padre che non mi permetteva di seguire le gare troppo da vicino, persuasi il guardiano della curva delle Acque Minerali ad aprirmi il cancello per entrare ai bordi della pista. Mi intrufolai di soppiatto e mi nascosi dietro le balle di paglia, appoggiate ad un pino marittimo.

Claudio CostaChecco Costa e Claudio Costa

E lì rannicchiato attendevo, trepidante per l’emozione, lo spettacolo indimenticabile che si sarebbe svolto, di lì a pochi istanti sotto i miei occhi desiderosi. La corsa partì e dopo poco i piloti mi sfrecciarono accanto, piegati verso l’asfalto che pareva inghiottirli. Dopo pochi giri di quell’avvincente gara Geoffrey Duke cadde, disarcionato dalla sua Gilera. Quello che accadde in quell’attimo, nel tumulto del mio cuore, non saprei ricordarlo né descriverlo. Saltai in pista portando in salvo il pilota ai bordi dell’asfalto e trascinai via la moto in modo che non creasse pericolo ai corridori che stavano sopraggiungendo a folle velocità. Soccorso perfetto, ma purtroppo immortalato da un bravo fotografo. Il giorno seguente mio padre vide sul Resto del Carlino la foto di quel ragazzo, improvvisato soccorritore, che, per non farsi riconoscere aveva messo in testa un cappello da adulto. Mio padre mi sgridò severamente e i suoi rimproveri cancellarono la figura dell’eroe che si era disegnata nella mia anima. Mentre soffrivo per l’ingiustizia patita accadde l’imprevedibile: mio padre a un tratto abbandonò il tono severo con cui mi aveva, fino a quel momento, rimproverato e, accarezzandomi con dolcezza, mi predisse che un giorno, diventato medico, quella sarebbe stata la mia missione per tutta vita.

La predizione del mio genitore puntualmente si avverò. Il 23 aprile di quindici anni dopo, per la precisione era il 1972, sono diventato, per volere di mio padre, il medico responsabile del pronto soccorso della 200 Miglia di Imola, la gara che, battezzata la Daytona d’Europa sarebbe diventata più famosa di quella della Florida. In quel giorno entrai in pista con tanti compagni. Per la prima volta nel mondo delle cose motociclistiche, e proprio a Imola, comparve, ai bordi della pista la figura dell’anestesista rianimatore, l’insostituibile figura che poteva vincere, nel malaugurato caso di un incidente grave, l’imbattibile Morte. I piloti furono così contenti del mio dono che ci chiesero di accompagnarli in tutte le gare di Campionato del mondo. Barry Sheene, in un’intervista, disse rivolto ai suoi colleghi: “Se dovete cadere fatelo a Imola, perché ci sono bravi dottori che vi possono salvare”. Così tutti i piloti capirono questo nuovo insostituibile tipo di soccorso e apprezzarono questo nuovo gruppo specializzato e pieno d’amore nello svolgere l’azione di soccorso e vollero questi medici in tutte le gare del motomondiale. Accontentammo i nostri più cari amici, i piloti, e portammo questo sistema eccezionale di soccorso nel mondo dove, a tutt’oggi, viene puntualmente imitato. Il veicolo con cui abbiamo diffuso la nostra lodevole iniziativa è stato un piccolo ospedale su ruote: la Clinica mobile.